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ACCULTURAZIONE e INCULTURAZIONE

Nel cambiamento culturale alcuni antropologi, soprattutto statunitensi, distinguono abitualmente due processi: l’inculturazione e l’acculturazione. Il primo per indicare i processi con i quali l’individuo acquisisce la cultura del proprio gruppo (famiglia, gruppo etnico, comunità religiosa, classe sociale, società nazionale…) o di un suo segmento. L’insieme, invece, dei processi di acquisizione cosciente o incosciente della cultura o almeno di alcuni dei tratti culturali di un altro gruppo sociale viene definito l’acculturazione. Questa suppone, dunque, come condizione necessaria la presenza di due modelli culturali differenti.

L’emigrazione è uno dei casi frequenti di acculturazione tra gruppi umani in cui i due sistemi culturali a contatto si “scambiano” e magari “trasformano” i modelli di comportamento di ciascun gruppo.

Benché il termine di “acculturazione” derivi etimologicamente dalla preposizione latina ad, che suggerisce un movimento ad quem a senso unico, è bene ricordare che gli antropologi che hanno coniato questo termine hanno sempre sottolineato, senza ambiguità, che l’acculturazione è uno scambio a doppia direzione (a two ways process, Herskovits), anche se questo scambio è molto spesso disuguale. Anche la cultura “donatrice” è modificata da ciò che riceve dalla cultura a cui essa dà.

Questa distinzione, seppure utile, diventa sempre più sfumata nella società odierna dove i due processi interferiscono e si sovrappongono sempre più frequentemente a causa del sistema planetario di informazione e comunicazione dei media e dove le frontiere territoriali delle singole culture sono rese sempre più inoperanti. Ogni individuo o gruppo ha difficoltà di percepire il carattere endogeno o esogeno del proprio mutamento culturale (contenuti valoriali e comportamentali).

L’inculturazione è un termine introdotto nell’antropologia culturale statunitense in sostituzione o in alternativa a socializzazione; nella pratica tuttavia non si distingue in maniera sistematica tra i due termini. Probabilmente l’introduzione di questo vocabolo è dovuta soprattutto al fatto che nell’antropologia statunitense il concetto di cultura prevale su quello di struttura o sistema sociale, implicito nel termine “socializzazione”.

Una distinzione rigida tra i due concetti non sembra sia fruttuosa. È, infatti, evidente che nel processo di apprendimento del ruolo e in quello dello sviluppo dell’individuo questo diventa tanto un essere culturale quanto un essere sociale.

Generalmente si ritiene che, come la socializzazione, anche l’inculturazione costituisca un apprendimento informale o che scaturisca dall’interazione sociale. Nella pratica viene distinta dall’istruzione formale o scolarizzazione, anche, se in senso lato, l’inculturazione o socializzazione, comprende meccanismi formali e informali.

Infine, l’antropologia, oltre a sottolineare il carattere di bilateralità del mutamento culturale, ci mette anche in guardia dalla tendenza a considerare i gruppi che ricevono, come dei soggetti passivi. Nessun gruppo in effetti riceve passivamente gli apporti venuti da altri gruppi.

Gli antropologi hanno tentato di tradurre l’opposizione suscitata presso coloro che subiscono una imposizione culturale, in due concetti: la resistenza e la contro-acculturazione, sviluppando inoltre un altro concetto, quello della reinterpretazione per indicare il lavoro di “digestione” che i gruppi fanno subire agli apporti culturali in provenienza di altri gruppi.

La nozione di resistenza indica l’atteggiamento che si manifesta, all’inizio del processo acculturativo, come volontà di preservare l’identità che è vissuta come minacciata dai modelli esogeni.

La contro-acculturazione sarebbe invece la presa di coscienza, da parte dell’individuo o del gruppo, quando il processo acculturativo è già avviato, dei suoi effetti “disorganizzatori” o “distruttivi” e quindi di un tentativo di ritorno alle tradizioni esistenti prima del contatto.

La reinterpretazione che esprime il processi di digestione suppone la creatività e la capacità degli individui su cui pesano la costrizione e la sottomissione a modelli differenti da quelli dei propri gruppi.

Nessuna acculturazione è senza costrizione. Per questo, l’antropologo Michel Giraud relativizza la distinzione tra acculturazione libera e acculturazione forzata.

Nell’incontro e nel confronto tra individui e gruppi sociali e culturali differenti non c’è solo da tenere in conto l’alterità, la differenza ma anche la disuguaglianza o l’uguaglianza dei rapporti tra i gruppi che si incontrano, che decidono spesso (più che le proprietà intrinseche delle culture in interazione) del contenuto e delle modalità degli scambi realizzati, come pure delle nuove configurazioni culturali che ne risultano.

È proprio partendo dal contesto di disuguaglianza (giuridica, socio-economica, politica) che si può comprendere l’emergenza, nel confronto tra soggetti (individui/gruppi), di forme culturali considerate come proprie dei gruppi dominati, come l’ipertrofia di certi tratti valorizzati dalla ideologia dominante, il travestimento o la trasformazione da parte di gruppi “inferiorizzati” di certe loro tradizioni allo scopo di aggirare certi interdetti o di sfuggire ai giudizi infamanti che i gruppi dominanti fanno pesare su di loro.

Da queste considerazioni risulta che non si può ridurre l’acculturazione a un semplice scambio di “tratti culturali” e che il contatto diretto o mediato tra culture e i suoi effetti non possono essere compresi che alla condizione di essere ricollocati nei sistemi più larghi delle relazioni sociali che costituiscono “i quadri sociali” (Roger Bastide).

GIRAUD Michel
BASTIDE Roger
Antonio Perotti

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