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ASSIMILAZIONE

La nozione di assimilazione fa parte di un ampio insieme di termini (adattamento, integrazione, assorbimento, rigetto…) presi in prestito dalle scienze sociali alle scienze naturali, specialmente all’evoluzionismo darwiniano. In biologia il termine di assimilazione indica il processo di sintesi attraverso il quale gli organismi trasformano gli elementi che assorbono nella loro sostanza. In filosofia l’assimilazione non costituisce un processo quasi biologico ma indica un atto di decisione dello spirito con il quale una cosa è considerata simile a un’altra, e la differenza è ricondotta alla somiglianza.

Le scienze umane hanno frequentemente oscillato tra la concezione “sintetica” della assimilazione come trasformazione e fusione storica di popoli differenti in uno solo, nuovo (concetto che si è diffuso negli ultimi due secoli negli Stati Uniti: “melting pot” e nell’ultimo secolo in Francia: “creuset”), con quella che ha ristretto sempre l’uso e l’applicazione del concetto al campo delle sole trasformazioni di individui, gruppi e società minoritarie o di origine straniera (vedi gli immigrati).

Secondo Emile Durkheim, la società moderna, sostituendo alle solidarietà primarie e tradizionali (“solidarietà meccaniche”) una “solidarietà organica”, formata da un insieme più vasto di interdipendenza, ha conferito allo Stato e alle istituzioni nazionali una funzione solidarizzatrice e integratrice culturale, garante della assimilazione degli individui nella società globale. In questo quadro istituzionale, la scuola è considerata come fattore essenziale di omogeneizzazione sociale, culturale e politica. Questa omogeneizzazione – incorporazione che Durkheim chiama “assimilazione” , sarebbe oggi più volentieri definita nel linguaggio sociologico col termine di “integrazione” .

Milton M. Gordon sottolinea l’ambiguità dell’uso della nozione di assimilazione, a seconda che essa si riferisca a un modello di conformità socioculturale (adozione delle pratiche dei gruppi dominanti), a un modello fusionale (amalgama di diversi gruppi che formano un nuovo popolo) o a un modello pluralista (nel quale la rassomiglianza tra le minoranze e la maggioranza non impedisce né l’esistenza di tratti culturali distintivi, né il mantenimento di reti associative a base etnica).

Oggi, il concetto di assimilazione è usato quasi esclusivamente nel campo psico-sociologico e culturale. Nella accezione più corrente essa indica il processo con il quale il gruppo minoritario passerebbe attraverso fasi o stadi (cambiamenti di orientamento e di valori, ricostruzione identitaria e adozione di nuovi ruoli) che lo condurrebbero verso “l’indivisibilità”, cioè verso l’atomizzazione individuale e la scomparsa in quanto collettivo culturale distinto in seno alla società di accoglienza.

Si tratta, cioè, di un processo che concepisce i rapporti fra gli immigrati e la società ospitante sulla base di un passaggio unilaterale (conformazione) ai modelli di comportamento di quest’ultima, i quali si impongono alla personalità dell’immigrato e lo obbligano a spogliarsi di ogni elemento culturale proprio (deculturazione e depersonalizzazione).

L’assimilazione implica un ruolo passivo di una cultura nei confronti di un’altra – la cultura dominante – e, congiuntamente, un giudizio di valore nel quale certe culture sono considerate superiori ad altre.

Questa evoluzione del concetto di assimilazione ci conduce necessariamente a riservare questa nozione per riferirci alle trasformazioni culturali concernenti i gruppi minoritari legati all’immigrazione e alla resistenza che essi oppongono alle pressioni assimilazioniste. Questo ci permette di distinguere l’assimilazione dall’integrazione che concerne fatti di natura più giuridica e propriamente sociale. Si potrebbero così considerare delle situazioni dove i gruppi possono essere assimilati (culturalmente) restando tuttavia ai margini delle società, cioè privati di integrazione (sociale e/o giuridica).

L’assimilazione culturale non va confusa con l’assimilazione nel senso giuridico-istituzionale della naturalizzazione (acquisizione della cittadinanza), che può coesistere col mantenimento di un’identità culturale propria, e con l’emarginazione sociale.

Sul piano politico la questione dell’assimilazione riferita al processo di adozione dei tratti culturali dell’ambiente dominante o di accoglienza è stata sempre attraversata da poste in gioco di natura più politica che antropologica. Essa è stata ed è tuttora, anche se in maniera meno dichiarata, all’origine dei dispositivi giuridici e istituzionali che hanno per funzione l’obiettivo di assicurare l’unità e la coesione nazionali.

Nel campo socio-politico l’assimilazione, in quanto adesione agli obiettivi e ai valori centrali che costituiscono il fondamento del consenso nazionale, continua ad essere considerata come un criterio per l’acquisto della cittadinanza in diversi Paesi di immigrazione.

Sempre nel campo socio-politico il modello opposto “all’assimilazione” è “il pluralismo”. In alcuni Paesi, come la Gran Bretagna, i particolarismi etnici danno luogo al riconoscimento istituzionale e giuridico di “comunità” culturali distinte.

I dibattiti concernenti l’assimilazione culturale degli immigrati sono stati costantemente contaminati dal razzismo. L’inferiorità biologica attribuita a certi gruppi è stata considerata come un ostacolo definitivo al loro assorbimento (distinzione tra gruppi assimilabili e gruppi inassimilabili). Le nozioni di diversità etnica o culturale costituiscono una variabile meno assoluta di quelle di “inferiorità biologica” sostenuta da posizioni ideologiche razziste. Queste nozioni sono tuttavia utilizzate da coloro che fondano le possibilità dell’assimilazione su una ipotetica somiglianza o “prossimità” culturale; ciò che escluderebbe dall’assimilabilità i gruppi giudicati troppo “differenti” o “lontani”. Questa concezione dell’assimilazione è generalmente contestata.

Per Durkheim e la sua scuola è impossibile che dei gruppi rimangano perennemente antagonistici culturalmente fino a che le grandi istituzioni di socializzazione svolgono il loro ruolo. D’altra parte, altri autori e scuole sottolineano il ruolo della comunità di immigrati nei Paesi di accoglienza – queste ultime non sono mai la riproduzione della comunità di origine e praticano necessariamente il duplice riferimento culturale – e il ruolo socializzatore degli stessi conflitti (vedi la Scuola di Chicago).

Numerosi autori preferiscono tuttavia ricorrere, in questi casi, alla nozione antropologica di acculturazione, meno ambigua di assimilazione, quando si tratta di analizzare gli scambi, i prestiti e le reinterpretazioni cui danno origine i contatti tra culture e civiltà.

DE RUDDER, Véronique

Antonio Perotti

Centro Interculturale
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