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MEDIAZIONE

La mediazione è di fatto un termine rigorosamente preciso, anche se oggi se ne fa un uso abusivo.

Secondo uno dei più autorevoli studiosi della mediazione, il filosofo Jean-Fançois SIX, presidente del “Centre nationale de la Médiation” di Parigi, una definizione della mediazione deve prendere in conto l’esistenza di quattro tipi di mediazione, i primi due destinati a fare nascere o rinascere un rapporto (legame), gli altri due rivolti a far fronte a un conflitto:

  • la mediazione creatrice: quella che ha per scopo di suscitare tra persone o gruppi dei legami che non esistevano prima tra loro, legami che saranno benefici agli uni e agli altri;
  • la mediazione rinnovatrice: quella che permette di migliorare tra persone o gruppi dei legami che esistevano tra loro, ma che si erano allentati o diventati indifferenti;
  • la mediazione preventiva: quella che anticipa un conflitto in gestazione tra persone o gruppi e riesce a evitare che esso si produca;
  • la mediazione curativa: quella che risponde a un conflitto esistente aiutando le persone o i gruppi che vi sono implicati a trovare, loro stessi per loro stessi, una soluzione.

Tutte queste quattro mediazioni sono tutte destinate a stabilire una comunicazione, inesistente o perturbata, tra persone o gruppi: la mediazione è, per sua natura, relazionale. Questa definizione insiste nello stesso tempo sul modo della mediazione: l’intromissione della terza persona tra questi gruppi o persone deve essere consentita liberamente da questi ultimi e deve essere realizzata in tale maniera che siano queste persone e questi gruppi che decidono essi stessi e dai loro stessi dei legami o delle soluzioni da stabilire tra loro.

La mediazione può quindi definirsi come: una azione compiuta da un terzo tra persone o gruppi che vi consentono liberamente, vi partecipano e alle quali spetterà la decisione finale, destinata sia a fare nascere o rinascere tra loro relazioni nuove, sia a prevenire o a sanare tra loro delle relazioni perturbate.

Le strutture fondamentali della mediazione sono tre: innanzitutto la “terza persona” (non vi è mediazione senza mediatore). Questa terza persona non deve essere necessariamente una persona fisica, ma può essere anche un gruppo o istituzione che sia però realmente un “terzo” che non appartenga a nessuno delle due parti da avvicinare. In secondo luogo: un non-potere. Il paradosso della mediazione è appunto questo: è il non-potere che permetterà di stabilire o ristabilire una relazione. Il mediatore non è un giudice, né un arbitro, né una persona carismatica. Nella mediazione le due parti restano strettamente gli attori del loro avvicinamento, in totale libertà. Il mediatore non deve prendere il loro posto: deve suscitare la loro libertà, farli entrare in relazione. In terzo luogo, la mediazione esercita una catalisi e il mediatore può paragonarsi alla nozione chimica di catalizzatore: una persona la cui presenza provoca una reale trasformazione, una reazione (stabilire o ristabilire una relazione tra persone o gruppi), senza essere lui stesso l’iniziatore o il motore.

La mediazione interculturale, analizzata particolarmente dalla ricercatrice MARGALIT-COHEN si avvicina al concetto della mediazione creatrice, quella cioè di servire da intermediario in situazioni dove non si tratta di conflitto ma piuttosto di incomunicabilità. Essa consiste a facilitare la comunicazione e la comprensione tra persone di culture differenti, a dissipare i malintesi tra attori del

Six, Jean-Francois
Margalit-Cohen, Emerique

Antonio Perotti

Centro Interculturale
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